Pita e cioccolata

Pita e cioccolata

Dopo quattro anni in Francia, mi accorgo con disperazione della mancanza, nella mia vita attuale, di una cosa che nella mia vita bolognese era imprescindibile: la cucina greca.

Tozteki o come cacchio si chiamava, in via de’ falegnami -largo respighi (urrà, un’altra cosa di Bologna che non ho rimosso!) ha conosciuto molte mie serate, molti miei momenti. Pre-cinema, post-amore, tutto fuori corso.  E ogni volta che entravo o che mi fermavo per la pita gyros a 3 euro e 50, guardavo dappertutto, le ceramiche tutt’intorno e godevo della gentilezza di chi ci lavorava. L’acustica era tremenda, però.

Altri due posti dello stomaco mi vengono in mente questa sera: l’osteria dell’orsa e i sapori della taranta. Il primo per il carattere onesto e semplice dei suoi piatti e dell’aria che c’era;  io lo preferivo di giorno perché la sera era più affollato e troppa gente si accalcava fuori a fumare. Il secondo perché per un pugliese trovare un concentrato di gusti e profumi che non provo neanche a descrivere e che posso solo ricordare (mi viene facile perché sabato sono in Italia, altrimenti col cavolo che aprivo ‘sto capitolo) era qualcosa che dopo otto anni  fuori cominciava a mancare. Unica nota che per una pugliese settentrionale faceva già esotico: il pasticciotto e la birra Raffo.

Perché ho aperto la cucina dei ricordi stasera? Facile, da poco ho scoperto che nel quartiere dove mi sono trasferita c’è un ristorante greco.
Praticamente mi ci fiondo quasi tutte le sere.
E stasera avevo voglia di pita. Gyros. E la richiedo. La sorridente ragazza che si stava occupando di me mi risponde: “Certo!”

Al che mi viene una domanda che altrove non mi sarebbe mai venuta in mente ma ormai è diventata quasi normale: –Ma la carne è di maiale?

E la ragazza mi guarda come se le avessi vomitato sulle scarpe e a spruzzo tutt’intorno al ristorante. Vabbè, non proprio. “No, la carne è di manzo.” Ed io le chiedo allora cosa pensa che differenzi la sua pita dai kebabbari che ogni cinque metri , alternati da farmacie e boulangerie affollano questa città e lei mi dice che qui a Marsiglia la carne di maiale non la chiede nessuno.

Un pugno allo stomaco, la vista annebbiata, le orecchie che prendono a fischiare e molto altro ho provato in quei lunghi secondi. “La carne di maiale non la chiede più nessuno”.

Io, sconsolata, prendo la mia insalata e la mia feta, ringrazio e vado verso la porta. Prima però mi giro e le faccio: “Mi creda, avrebbe un suo mercato” e sorridendo ci salutiamo.

Se desiderare un piatto tradizionale preparato nel modo che conoscevo fa di me una lepenista razzista e reazionaria stiamo veramente messi male, ma veramente.

Ma veramente.